Escitalopram nei pazienti anziani con disordine di ansia
generalizzata
In pazienti anziani con GAD, il trattamento di 12 settimane con
escitalopram ha determinato una migliore incidenza di risposta
cumulativa rispetto al placebo.
Il disordine di ansia generalizzata (GAD) è il più comune disturbo
d’ansia osservato in medicina generale e viene definito come uno
stato cronico di inquietudine e ansia difficile da controllare. I
sintomi somatici e psichiatrici comprendono tensione muscolare,
disturbi del sonno e senso di affaticamento. La prevalenza di GAD è
del 7,3% negli anziani residenti in comunità e superiore in medicina
generale. Oltre alla scarsa qualità di vita degli anziani con GAD,
in questi pazienti è presente un aumento del rischio e della
severità di patologie quali le malattie cardiovascolari, l’asma e il
cancro.
Le opzioni terapeutiche efficaci comprendono gli inibitori selettivi
del reuptake della serotonina (SSRI), le benzodiazepine, il
buspirone, la venlafaxina, la duloxetina e la psicoterapia.
Gli anziani di solito sono esclusi delle ricerche sul trattamento
del GAD. Tuttavia, in questa fascia d’età soltanto le benzodiazepine
sono state ampiamente studiate in un trial controllato prospettico
su larga scala (Koepke HH et al. Psychosomatics 1982; 23: 641-5).
Tale classe di farmaci, tuttavia, è associata ad effetti avversi
quali cadute, alterazioni cognitive e incidenti stradali. Per tale
motivo, il loro utilizzo a lungo termine è sconsigliato.
Una valida alternativa è rappresentata dagli SSRI ma, i relativi
dati di efficacia, tollerabilità e sicurezza negli anziani sono
limitati.
Per valutare il profilo dell’escitalopram in questo contesto, è
stato condotto un RCT vs placebo che ha coinvolto pazienti >60 anni
la cui diagnosi principale era il GAD, secondo i criteri del DSM-IV
(Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fourth
Edition), con sintomi di ansia clinicamente significativi definiti
con uno score >17 in base alla scala di Hamilton Anxiety Rating.
Sono stati esclusi pazienti con psicosi o disturbi bipolari,
demenza, aumentato rischio di suicidio, instabilità in base
all’analisi dei dati della cartella clinica, psicoterapia in atto,
uso corrente di antidepressivi o ansiolitici, con l’eccezione di
benzodiazepine fino a 2 mg/die equivalenti di lorazepam. Questa
eccezione è stata concessa in quanto molti anziani con ansia
assumono benzodiazepine e non farebbe parte della pratica comune
sospenderli gradualmente prima di iniziare una terapia con un SSRI.
I soggetti sono stati reclutati nel periodo compreso tra gennaio
2005 e ottobre 2007; gli ultimi pazienti hanno completato lo studio
a gennaio 2008 (dopo 12 settimane). La valutazione è stata
settimanale per le prime 4 settimane e poi a settimane alterne.
L’outcome principale era la valutazione del grado di miglioramento
tramite la scala Clinical Global Impressions-Improvement. Le altre
misure di esito erano rappresentate dalla scala di Hamilton Anxiety
Rating, dagli effetti avversi valutati dalle risposte dei pazienti
ad un quesito non specifico, dalla misurazione della frequenza
cardiaca e della pressione e dal peso corporeo.
Su 179 soggetti randomizzati al trattamento, 2 hanno ritirato il
consenso prima di ricevere il farmaco e sono stati esclusi da tutte
le analisi. Inoltre, 7 hanno interrotto lo studio dopo aver ricevuto
il farmaco in studio ma senza fornire dati sul follow-up.
Dei 177 pazienti randomizzati, 85 sono stati trattati con
escitalopram e 92 con placebo. Prima della dodicesima settimana, nel
gruppo randomizzato ad escitalopram, 16 pazienti (18,5%) hanno
abbandonato lo studio (3 drop-out [3%] per eventi avversi e 1 [1%]
per ospedalizzazione) vs 17 (18,4%) (4 [4%] per effetti avversi e 1
[1%] per il peggioramento di GAD) nel gruppo placebo. Tutti gli
altri drop-out sono stati determinati dal rifiuto a continuare lo
studio.
Rispetto al placebo, è stata osservata una risposta maggiore nel
gruppo trattato con escitalopram (incidenza media di risposta 69%
[95% CI 58-80%] vs 51% [40-62%], p=0,03). Nell’analisi
intention-to-treat (ITT), la risposta non è stata differente tra i
due gruppi (57%; per escitalopram [46-67%] vs 45% con placebo
[35-55%], p=0,11). Tuttavia, in un’analisi ITT modificata, la
risposta era superiore nel gruppo escitalopram vs placebo (60%
[50-71%] vs 45% [36%-56%], p=0,048).
Per quanto attiene alla risposta in funzione del tempo, invece, non
è stata osservata una differenza statisticamente significativa nella
risposta tra i due gruppi (in media 6 settimane con escitalopram vs
10 con placebo, p=0,19).
La maggior parte dei soggetti ha riportato almeno 1 effetto avverso
durante lo studio. Le reazioni più spesso associate a escitalopram
erano rappresentate dal senso di affaticamento e dalla sonnolenza.
L’unico momento in cui una percentuale statisticamente superiore
rispetto a placebo di pazienti trattati con escitalopram ha
manifestato effetti avversi (p=0,007) è stata a 6 settimane, cioè
subito dopo che il dosaggio era stato aumentato da 10 a 20 mg/die.
Non si è verificato nessun evento avverso grave o inatteso. Solo 1
paziente che ha ricevuto escitalopram è stato ricoverato per
endocardite batterica, per cui ha dovuto interrompere lo studio dopo
la terza settimana.
Per quanto riguarda le modifiche dei segni vitali, è stata osservata
una riduzione statisticamente superiore della frequenza cardiaca e
della pressione, nel gruppo trattato con escitalopram vs placebo.
Tuttavia, la prevalenza di bradicardia (battiti <60/min) non si
modificava nel tempo nè nel gruppo trattato con escitalopram nè in
quello randomizzato a placebo. Nel tempo non sono state osservate
modifiche statisticamente significative del peso corporeo.
Questo RCT ha evidenziato esiti migliori con escitalopram rispetto
placebo in termini di risposta cumulativa, di miglioramento dei
sintomi di ansia e nella funzionalità riportata dai pazienti stessi.
Il senso di affaticamento e la sonnolenza sono stati gli effetti
avversi più comuni con l’escitalopram e sono degni di nota perché
non rilevati in altri studi su giovani adulti affetti da GAD o negli
anziani con disordini depressivi.
Lo studio presenta diversi limiti; il principale è la breve durata.
Il disordine di ansia generalizzata è un disturbo cronico, per cui
sono necessarie valutazioni a lungo termine per stabilire i benefici
e i rischi del trattamento, soprattutto per capire se la risposta
ottenuta in acuto rimane anche nel lungo termine.
Un altro limite è legato all’impossibilità di stabilire con
esattezza la tollerabilità dell’escitalopram. Infatti, è stata
valutata la sua sicurezza per 12 settimane, una durata relativamente
breve, utilizzando auto-segnalazioni e misurazioni dei segni vitali,
ma non i risultati di esami di laboratorio. Gli SSRI possono
determinare l’insorgenza di iponatremia e studi
farmacoepidemiologici hanno associato il loro utilizzo negli anziani
ad aumento del rischio di fratture, di sanguinamento del tratto
gastrointestinale superiore e di suicidio nel primo mese di
trattamento.
Questo RCT è uno dei pochi studi vs placebo sull’impiego di un SSRI
negli anziani. Poichè le variazioni nella farmacocinetica e
farmacodinamica legate all’età possono alterare i rischi e i
benefici degli psicofarmaci, i trial effettuati in giovani sani non
possono essere necessariamente estesi agli anziani. Il campione
preso in considerazione in questo RCT può essere rappresentativo
degli anziani tipici con GAD, in termini di patologie concomitanti e
origini dell’arruolamento.
In conclusione, in pazienti anziani con GAD, il trattamento di 12
settimane con escitalopram ha determinato una migliore incidenza di
risposta cumulativa rispetto al placebo. Questo risultato non è
stato confermato nell’analisi intention-to-treat, suggerendo che la
modesta efficacia del farmaco è ulteriormente limitata dalla non
aderenza al trattamento. Sono necessari ulteriori studi per
stabilire l’efficacia e la sicurezza del farmaco nel lungo termine.
fonte pillole.org
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